30.1.09

Valzer con Bashir

Ieri ho visto "Valzer con Bashir".
Pensavo di vedere una specie di "j'accuse" contro la politica cowboy israeliana, invece è un film contro la guerra in generale.
Tralasciando gli odiosi accenti animalistici del film (non riesco a concepire come dei cavalli agonizzanti possano costituire un'immagine più cruda e drammatica del bombardamento sistematico di intere città, o di come ci sia più enfasi in una scena di uccisione di un cane rispetto a quella, ad esempio, del bambino armato di lanciamissili nel frutteto), credo si tratti di un'operazione un po' ruffiana.
Il regista Ari Folman, anche se per ragioni casuali(lo visse in prima persona), sceglie non casualmente e furbescamente il massacro di Sabra e Shatila come
paradigma dell'insensatezza di ogni guerra: si tratta di un episodio certamente orribile, ma di cui Israele non è direttamente responsabile.
L'euroamericano medio sarà molto felice nel notare il "coraggio" del filmmaker nel mostrare scene di fuoco amico o di inutili vittime civili, ma il racconto del massacro avviene in maniera confusa, e "leggendo la storia" attraverso il film sembra che la responsabilità sia solo dei falangisti, e che l'esercito israeliano abbia solo peccato di ingenuità.
Non basta.
Reagire ad un massacro che avviene davanti ai tuoi occhi col silenzio equivale ad essere complici degli aguzzini.
Oltre a questo, speravo in critiche profonde all'essere israeliani, all'essere governati da gente che sta riducendo alla fame un'intero paese.
Caro Ari Folman, mentre te viaggi nel "tuo" paese alla ricerca di psicologi e neuroscienziati i palestinesi hanno ben altri problemi di cui occuparsi.
Mentre te pensi a ritrovare la tua memoria di 26 anni fa il tuo governo sta massacrando di embargo migliaia di famiglie.
Scusa se sono esigente, ma forse un film su questo potresti anche farlo. Oppure, evidentemente, la tua opinione è conforme a quella della maggior parte dei tuoi connazionali: Israele è un paese come gli altri, con i suoi telefilm, le sue mode, i suoi programmi per bambini, ecc.
Ma bisogna avere dei paraocchi enormi per essere orgogliosi di vivere in un paese che esiste solo perché il paese che c'era prima non esiste più, un paese in guerra che sarà sempre in guerra, e continuerà a mietere vittime e a mandare giovanotti al fronte.
Gli stessi paraocchi che ti impediscono di capire le ragioni profonde del nemico, del perché vuole eliminarti, in nome di una elementare logica di violenza. Si bombarda Gaza perché ci sono i terroristi, ma nessuno si chiede perché esistano, né perché desiderino la fine dello Stato di Israele. Un ragionare monco, prescientifico. E nessuno si chiede se esista una soluzione diversa dalla guerra. Nemmeno Ari Folman (se lo fa, non me ne sono accorto dal film), cui non passa neanche per l'anticamera del cervello di mettersi nei panni di quel bambino armato di lanciamissili e capire perché ce l'ha con lui, e l'unica voce che da ai palestinesi nel suo film sono le doverose urla di dolore delle madri di Sabra e Shatila(registrazioni originali nel film) che pur gridando in una lingua a lui sconosciuta esprimono un dolore che non ha bisogno di parole, un dolore così forte che lo travolge.
Forse non ho idea di cosa significhi vivere in un paese che da quando esiste è sempre stato in guerra con qualcuno, ma non rendersi conto dell'insensatezza di tutto ciò e continuare a vivere come in un paese normale non mi sembra un comportamento degno di un essere umano.

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