22.6.08

Pomeriggio video

Ieri ero felice.
Invece l'immagine che può meglio esemplificare lo stato psicofisico in cui versavano le mie membra stamane è questa:
I seguenti video, oggi, hanno catturato la mia attenzione:

soprattutto perchè al 2:23 a lei cade il microfono e le viene da ridere.

mi chiedo dove abbia trovato tutti questi spezzoni chi ha fatto il video...tutti europei, tra l'altro...

di questa canzone di tricky mi ha colpito il mixaggio...si saranno divertiti parecchio!
Ho visto anche altri video, come ad esempio questo

di una brutta canzone di Bon Jovi. Mi fa riflettere sulle associazioni che i produttori di audiovisivi fanno e che influenzano il modo in cui i nostri cervelli pensano.
Il video è ambientato nei grandi spazi del West.
Nella canzone viene usata ripetutamente la chitarra slide.
Non fu la prima volta che venne usato in USA: nel mio immaginario, prima che sapessi che la tecnica era usata massicciamente nel blues, appena sentivo qualche nota la mia mente andava di corsa ai paesaggi semidesertici e scorpionici del lontano West(o SouthWest).
Ho rivisto con piacere "Il mio nome è mai più" di quegli anziani cantanti italiani famosi, e "Ciao amore" dei Sud Sound System.
Purtroppo alla fine hanno fatto "Badabum Cha Cha" Marracash e la mia fiducia nel futuro si è un po' ammaccata, ma poi ho visto un video dei Paramore. Sono innamorato della cantante Hayley Williams e non so come fare.

forse non sono davvero innamorato, ma prenderei probabilmente un tè con lei.
Un tè lungo due settimane.

12.6.08

11.6.08

cinese

Quella che segue è la mia tesina di letteratura cinese:

Giacomo Cirillo 0000xxxxxx Cinese II

Il vecchio venditore di carbone

Bái Jūyì

卖炭翁

白居易

賣炭翁 白居易

賣炭翁伐薪燒炭南山中。 滿面塵灰煙火色兩鬢蒼蒼十指黑。 賣炭得錢何所營身上衣裳口中食。 可憐身上衣正單,心憂炭價願天寒。 夜來城外一尺雪,曉駕炭車輾冰轍。 牛困人飢日已高,市南門外泥中歇。 翩翩兩騎來是誰?黃衣使者白衫兒。 手把文書口稱敕,回車叱牛牽向北。 一車炭,千余斤,宮使驅將惜不得。 半匹紅紗一丈綾,系向牛頭充炭值。

卖炭翁

白居易

卖炭翁,伐薪烧炭南山中。

满面尘灰烟火色,两鬓苍苍十指黑。

卖炭得钱何所营?身上衣裳口中食。

可怜身上衣正单,心忧炭价愿天寒。

夜来城外一尺雪,晓驾炭车辗冰辙。

牛困人饥日已高,市南门外泥中歇。

翩翩两骑来是谁?黄衣使者白衫儿。

手把文书口称敕,回车叱牛牵向北。

一车炭,千余斤,宫使驱将惜不得。

半匹红纱一丈绫,系向牛头充炭值。

Il vecchio venditore di carbone

Il vecchio carbonaio sul monte del Sud

Taglia la legna e poi la brucia…

Volto color cenere,color fuliggine,

Tempie brizzolate, mani nere.

A che gli serve quel poco di guadagno?

Abiti per il corpo, cibo per la bocca.

Che stato miserando! L’abbigliamento così leggero,

E lui ad augurarsi che il tempo faccia ancora più freddo!

Questa notte sulla città è caduta la neve;

Dall’alba, spinge il carro sul gelo della strada.

A mezzogiorno il bue è stanco, l’uomo affamato..

Porta Sud: entrambi riposano nel fango.

Chi sono quei cavalieri che arrivano scalpitando?

Un messaggero giallo, seguìto da un paggio in bianco.

Un foglio ufficiale in mano: «Ordine imperiale!»

Pungolando con grida il bue, girano il carro verso nord.

Una carrettata di carbone – più di mille libbre –

Requisita dai cortigiani: presso chi lamentarsi?

Un mezzo capo d’organza, dieci piedi di seta leggera

Che legano al bue: ecco il prezzo pagato!”¹.

白居易(Bái Jūyì) scrisse questo 古体诗nello stile 新乐府mentre era a Cháng'ān. Bái Jūyì ci lasciò anche non poche poesie narrative, come “Il canto dell’eterno rimpianto” e 琵琶行. Attraverso uno stile abbastanza impersonale(Bái Jūyì non fa mai considerazioni personali sul comportamento dei funzionari, né sui pensieri del vecchio una volta che gli viene sottratto il carbone) e un linguaggio semplice ma espressivo, il poeta scrive per immagini(Bertuccioli parla di una “teatralità”della poesia di Bái). Secondo me il fatto che nonostante la sinteticità del componimento il poeta si soffermi su particolari apparentemente marginali e poco utili nell’economia della narrazione serve proprio a rendere più vivide e definite le immagini che la nostra mente produce mentre leggiamo la poesia. A questo servono, a mio avviso, la descrizione del colore della pelle del vecchio, i colori e le fogge dei vestiti dei due funzionari e l’ultima, drammatica immagine dei pregiati tessuti poggiati sulla testa del povero, macilento bue dell’ancor più povero e affamato carbonaio. Ho scritto poc’anzi che Bái Jūyì non inserisce commenti personali in questa poesia, né ricorre a espressioni violente o sarcastiche, ma il contrasto stridente tra il pezzo di organza e il pezzo di seta e la testa del bue valgono più di mille commenti e ci aiutano a capire quale sia l’opinione del poeta. Inoltre trovo ammirevole il modo in cui il poeta, con pochissime parole, ci dica moltissimo della vita del carbonaio: scrivendo卖炭得钱何所营?身上衣裳口中食 ci indica che tutta la vita del carbonaio dipende dal carbone che riuscirà a vendere e che non ha altri mezzi di sussistenza. Nel rigo dopo, 可怜身上衣正单,心忧炭价愿天寒 il carbonaio, nonostante sia vestito solo di una veste leggera, desidera che nevichi forte in modo tale da far aumentare il prezzo del suo carbone: la sua disperazione fa sì che preferisce rischiare la morte per assideramento piuttosto che morire di fame per il carbone venduto ad un prezzo troppo basso. Dopo tanta sofferenza e dopo un viaggio che sicuramente sarà stato minato dal freddo, dalla fame e dalla stanchezza, appare davvero antitetico il contrasto tra le fatiche che il vecchio ha dovuto sopportare per fabbricare e trasportare quel carro di carbone e il modo in cui i funzionari lo ottengono: senza sforzi, senza sporcare le loro belle vesti, per decreto imperiale, lasciando come compenso solo due pezzi di stoffe pregiate. Completamente privi di compassione, ignorano completamente le esigenze della vita del carbonaio,. E non si aspettano da lui una risposta perché il vecchio, comunque, non avrebbe nulla da obiettare: è solo un vecchio carbonaio, e i due agenti imperiali agiscono per conto dell’Imperatore.

In giovinezza Bái Jūyì condusse, per sua ammissione “una vita spesso priva di cibo e di vestiti idonei e tormentata dalla fame e dal freddo”. La miseria gli permise di capire il popolo e comprenderne le sofferenze. Perciò nutrì sempre una profonda simpatia per la gente comune ed una grande avversione per i politici corrotti del tempo, il che trova ampio riscontro nelle sue opere, e che è evidente in “Il vecchio venditore di carbone”

Attraverso la narrazione di questa vicenda, il poeta intende denunciare il sistema di controllo del mercato da parte della corte imperiale. In epoca Tang, un imperatore debole ed incapace veniva spesso privato del potere da un manipolo di eunuchi e funzionari di corte. Una volta conquistata la fiducia dell’imperatore per mezzo di inganni ed ottenuto il potere, essi spadroneggiavano dentro e fuori la reggia. Negli anni in cui visse Bái Jūyì, la tragedia dell’usurpazione del potere da parte degli eunuchi si fece particolarmente grave. Per il loro tornaconto personale, questi arrivavano ad espropriare gli organismi esecutivi del governo del loro incarico di sovrintendere all’approvvigionamento della corte. Essi inviavano decine o perfino centinaia di persone al mercato per scegliere le merci, obbligando I mercanti a cederle forzatamente a basso prezzo o addirittura appropriandosene senza pagamento. Innumerevoli erano le vittime di questo ingiusto sistema. Poiché il problema riguardava l’imperatore e gli eunuchi che gestivano il potere, nessuno osava parlare. Tuttavia, Bái Jūyì, che aveva a cuore le amarezze della popolazione, sfidando la brutalità dell’epoca, compose questa ed altre poesie satiriche per esprimere la sua simpatia per tutti coloro che erano vittime del sistema di mercato imperiale, denunciandone spietatamente i misfatti. Alcuni affermano che Bái Jūyì scrisse più poesie satiriche di qualsiasi altro poeta nella storia cinese. Una larga parte delle sue poesie è stata conservata fino ad oggi. Disponiamo quindi di un quadro completo e chiaro sulla vita del poeta, la sua personalità e il suo temperamento. Le sue poesie rivelano anche la sua visione della politica e della società, e le sue relazioni con gli amici, molti dei quali erano intellettuali e ufficiali influenti che guidarono il destino della nazione all’inizio del IX° secolo. Le fonti biografiche su Bái Jūyì sono piuttosto ricche, e secondo me ci aiutano a capire molto bene perché fu uno scrittore di poesie satiriche così prolifico.

Bái Jūyì (白居易), conosciuto anche come Bái Lètiān (白乐天), nacque Il 28 Febbraio 772(2 anni dopo la morte di Du Fu) a Xīnzhèng, nello Hénán(a “Hsia Kuei, nello Sen-si” secondo François Cheng), da una famiglia di poeti e ufficiali minori. Nella sua infanzia abitò con sua madre e altri membri della famiglia mentre il padre andò al sud per occupare posizioni prefetturali nello Jiāngxī. Quando i governatori militari delle province del nord si ribellarono contro il governo nel 782, tutta la famiglia si trasferì a sud, prima nell’ Ānhuī e in seguito in Zhèjiāng per essere vicini al padre di Bái, che aveva conseguito con successo diversi incarichi ufficiali. Nella sua prima giovinezza Bái si preparò per l’esame di servizio civile, ma fu ritardato dalla morte del padre nel 794. Nell’anno 800 andò a Cháng'ān, la capitale, dove ottenne il grado di進士(Jìnshì). E’ in questi anni passati nella capitale che Bái Jūyì scrisse alcune delle sue poesie più celebrate, come la ballata dell’eterno rimpianto(长恨歌), e due gruppi di poesie, che comprendono in tutto 60 brani: sono imitazioni di canzoni tradizionali in cui attaccava il militarismo, le tassazioni pesanti e continue, le stravaganze di corte, gli abusi degli ufficiali e l’oppressione: la poesia “Il vecchio venditore di carbone” è inclusa tra queste. Nell’815, Bái Jūyì divenne vittima delle macchinazioni politiche degli eunuchi, fu cacciato dalla capitale, e spedito a fare il sottoprefetto nell’attuale Jiǔjiāng in Jiāngxī. Essendo il lavoro ben poco oneroso, passò il suo tempo a visitare luoghi spettacolari e a scrivere poesie, inclusa la famosa 琵琶行. Mentre era a Jiàngzhōu, fece la sua prima collezione della sua poesia, che comprendeva 800 brani a quel tempo. In quel periodo espresse il suo credo letterario in una lettera a Yuán Zhěn(元稹), poeta suo amico.“La letteratura dovrebbe essere scritta per servire la propria generazione, e le poesie e le canzoni per influenzare gli affari pubblici”. Nell’818 Bái divenne governatore di una città del Sìchuān, ancora più lontano dai centri della cultura Tang. Mentre era colà, scrisse un gruppo di poesie, “Poesie della primavera del bambù”, che descrivevano gli usi locali. Nell’inverno dell’820 tornò alla capitale per ricoprire un incarico minore nel consiglio delle pene. La fine dell’esilio non portò alcuna gioia al poeta, che divenne suo malgrado un testimone oculare di ulteriori intrighi politici e corruzioni. Bái Jūyì visse gli anni più felici della sua carriera a Hángzhōu e Sūzhōu dove divenne governatore nel 822-824 e nell’825-826. Diversamente dalla città del Sìchuān in cui lavorò, queste erano città popolose e belle. Durante il suo mandato di quattro anni, egli compì una gran mole di lavoro nell’interesse del popolo, impegnandosi in particolare nelle costruzioni idrauliche e per questo la popolazione locale nutriva un grandissimo affetto per Bái Jūyì. Col passar del tempo, però, queste dighe caddero in rovina. Tuttavia, non si sa in quale anno, gli abitanti di Hángzhōu battezzarono col nome “Bái” una diga pittoresca, ritenendo fosse stata costruita dal poeta. Che si tratti di un errore di attribuzione o dell’iniziativa di qualcuno che desiderasse onorare il poeta e tenere vivo il ricordo della sua grandiosa impresa, non siamo in grado di accertarlo. Comunque la diga “Bái” testimonia lo stretto rapporto tra Bái Jūyì e la popolazione locale. Dopo essere tornato a Cháng'ān da questi luoghi di provincia, ricoprì due delle più alte cariche governative della sua vita, cioè Soprintendente del segretariato imperiale e vice presidente del consiglio delle pene. Ma era ormai pronto per la pensione. Nell’825, nell’intervallo tra i suoi due incarichi governativi, aveva comprato una casa a Luòyáng, che divenne la sua casa quando lasciò Cháng'ān nell’829. A parte un breve periodo, Bái non ebbe alcun incarico ufficiale e visse una vita senza preoccupazioni, disturbata solo dalle morti dei suoi familiari e amici. Prese con filosofia questi lutti come pure la sua vecchiaia solitaria. Continuò a scrivere poesie: un totale di 3500 quando nell’839 fece una collezione dei suoi lavori poetici. Gli ultimi anni della sua vita furono privi di avvenimenti salienti. Alcune fonti riportano che si avvicinò al buddismo e il suo nome divenne “Eremita della Collina fragrante” ². Bái Jūyì morì nel settembre 846, all’età avanzata di 74 anni.

Per la sua grandezza, Bái Jūyì fu posto sullo stesso piano di Lǐ Bái e Dù Fǔ. Per alcuni essi furono i tre maggiori poeti dell`epoca Táng. Lǐ Bái e Dù Fǔ erano coevi e buoni amici e nutrivano ammirazione l`uno per l`altro. Bái Jūyì, nacque in tempi posteriori, e si può considerare il successore del grande poeta realista Dù Fǔ, che fu il battistrada della transizione della letteratura Táng dal romanticismo al realismo. Il suo stile poetico divenne una forma letteraria chiamata Forma piana fondamentale (元白體). Avanzando lungo la strada aperta dal suo predecessore, Bái Jūyì elaborò una teoria sul realismo poetico. A suo parere, la nascita di una poesia è in relazione con gli eventi sociali che riguardano il paese e il popolo e che toccano i sentimenti dell’autore il quale li riflette da diversi punti di vista. Perciò egli sostiene che la poesia deve esprimere le sofferenze del popolo e criticare gli aspetti negativi della politica. Essendo dotata di funzione sociale ed educativa(concezione mutuata dal confucianesimo), la poesia può influenzare l’ideologia del popolo e trasformare la realtà. Per questo egli ribadisce che la forma deve essere al suo servizio, e che i poeti non devono limitarsi ad insistere sui temi del passato secondo formule fisse, ma devono riferirsi al presente utilizzando un linguaggio semplice e popolare. Si dice che le poesie satiriche di Bái Jūyì potessero essere comprese da qualunque cinese, anche se dotato di un livello di istruzione basso. “Il vecchio venditore di carbone” è una delle opere in cui egli ha meglio concretizzato questa teoria.

Ultimamente la poesia “Il vecchio venditore di carbone” di Bái Jūyì è tornata alla ribalta quando sia il blog Ten years chopping timber(钢筋水泥森林里的斧头)che Tú Guówén

(涂国文) hanno entrambi citato la poesia ³, esprimendo la loro riprovazione nei confronti del comportamento scorretto di alcuni成管chéngguǎn, che abusando del proprio potere costringono i negozianti più vulnerabili(soprattutto ambulanti che vengono dalle campagne alle città a vendere le loro merci per pochi yuan) a pagare delle “tasse extra” per poter continuare a lavorare dove vogliono.

Atteggiamenti simili non sono cosa nuova, ma solo oggi il potere dei chéngguǎn inizia ad essere messo seriamente in discussione, e c’è molta meno reticenza che in passato a raccontare i loro continui soprusi e abusi di potere. In particolare Tú Guówén, ispirato da un articolo su un venditore di angurie costretto a vendere la sua merce a un prezzo minore dopo essere stato trasferito nei limiti esterni di Zhengzhou, ha ribadito l’attualità della poesia, scrivendo che oggi potrebbe chiamarsi “Il vecchio venditore di angurie”.

Ovunque ci saranno ingiustizie risuoneranno le parole di Bái Jūyì; temo che anche i posteri conosceranno bene il suo nome.

Note:

¹ Traduzione da La Poesia T ’ang, François Cheng, pp.142-143
² Solo in Poesia cinese dell’epoca T’ang e in http://www.clearharmony.net/articles/200302/10486.html ³http://www.danwei.org/ip_and_law/administrative_fees_or_protect.php

BIBLIOGRAFIA E WEBGRAFIA:
http://www.clearharmony.net http://italian.cri.cn/Panorama/letteratura/poesie/articoli/Bai%20Juyi2.htm http://www.bookrags.com/biography/po-chu-i/ http://www.chinapage.com/biography/bio-poet.html http://www.danwei.org/ip_and_law/administrative_fees_or_protect.php http://www.clearwisdom.net/emh/articles/2005/11/15/66883.html http://www.bullog.cn/blogs/kanchai/archives/24903.aspx
Columbia Encyclopedia: Po Chü-i A. Waley, The Life and Times of Po Chü-i (1949); E. Feifel, Po Chü-i as a Censor (1961)(citati in una delle fonti)
Poesia cinese dell’epoca T’ang a cura di Leonardo Vittorio Arena
La letteratura cinese Bertuccioli
Le trecento poesie T’ang versioni dal cinese e introduzione di Martin Benedikter
Letteratura cinese Idema Haft
La poesia T’ang Francois Cheng

Lo so, è tutta slabbrata. Un giorno la rimetterò a posto.
Questo è il mio nome cinese: 贾珂默!

7


nonostante il solista sia grasso. E non sia bravo a suonare. E sia pelato. E porti gli occhiali in un luogo chiuso. e non c'è sole che filtri dalle finestre.
lo perdonerei solo se fosse cieco.

una manciata di bit.

Una delle leggi non scritte della mia vita è:
"produrre almeno un file al giorno"
Il problema è che non l'ho scritta (o l'ho non scritta) tre giorni fa, quindi dovrò produrre almeno 3 file.
Il primo parla di tre sogni che ho fatto:
-compravo fumo per telefono
-ero
con Laura, una mi amica, e fluttuavamo intorno ad una villa in cui eravamo entrati abusivamente. Eravamo molto felici
-ero con molti amici e amiche di mio fratello, che è più piccolo di me di tre anni; eravamo in montagna. La montagna era molto alta. Il cielo era molto vicino. Era mattina presto. Tutti insieme correvamo veloci e leggeri come il vento. C'erano vari camioncini che vendevano cibi e bevande. Ma soprattutto c'era un live di Gigi d'Alessio. Noi tutti fluttuavamo al ritmo di quella musica soave.

parla anche di Giulio Andreotti.
Ho visto il film "Il Divo" e subito dopo ho pensato: voglio un poster di Giulio Andreotti. In cameretta! Ma non dell'attore. Di lui, vero!
rappresenta un modo molto alto di essere uomini.
rappresenta un modo molto poco umano di essere uomini. Un modo antico di essere uomini.
Ha vissuto la propria vita finora come se fosse un testo e non una persona. mozzare intere ramificazioni di sentimenti diversi. Vivere coerentemente. Arrabbiarsi di rado.
Il suo non è attaccamento al potere! E' agire per un ideale più grande di queste nostre povere faccende umane. E' un ideale extramondano, extraumano come quello che portò
Socrate al suicidio. La vita del divo Giulio da questo punto di vista è un suicidio lento e continuo.
Ci credo (cioè, è semplice credere, e ridurre una persona a personaggio) che continuasse ad usare battute ironiche invece di comunicare veramente anche tra le mura domestiche, perchè questo è tipico di chi vive in estrema solitudine, una solitudine insanabile anche se vivi in mezzo a 300000 persone, e anche se una di quelle persone ti chiede di starti accanto, di rompere quella barriera tra te e il mondo.
E lo capisco; capisco perchè la sua vita è così lunga e così apparentemente grigia.
Non ha mai trasformato la merda in cioccolata, né tentando di convincere sé stesso né tentando di convincere gli altri. Ha sempre saputo, e ha sempre mostrato agli altri, che quella era merda, e bisognava trattarla come tale. Di conseguenza non ha mai sperimentato il tipico senso di delusione che le persone non disincantate vivono quando il mondo non si dimostra come la loro mente lo aveva dipinto. Forse è perché è nato nel Lazio.
E nessuno ha mai penetrato veramente quella testa piatta perché non c'è un cazzo da penetrare. Come insegna certo cattolicesimo, certi pensieri non vanno pensati, non bisogna nemmeno pensare di pensarli. E a forza di conformare il proprio pensiero a qualcosa di scritto e di sacro si finisce per diventare un testo.

Andreotti è un testo (la sceneggiatura del film lo era, idiota!ndme).
Non è davvero un essere umano.
Non ha correzioni, né ripensamenti. E' più che, o meno che umano.
Credo sia un effetto delle religioni giudaico-cristiane, anzi dei testi giudaico-cristiani su una mente che non vuole essere colta in fallo, su una mente pitagorica e binaria, né buona né cattiva, ma coerente, e con la stessa coerente bellezza di un lunghissimo codice sorgente di un programma in C perfettamente compilato, di una funzione difficilissima di cui infine si riesce a carpire il segreto, o di un nome di Allah squadrato e azzurro ripetuto su un numero n di piastrelle.
Forse siamo stati creati per avere una vita simile, o una Weltanschauung simile. Quella di Andreotti è un sistema filosofico che meriterebbe di essere studiato meglio. O di diventare un culto.
La politica progressista è il terreno dei sentimenti, degli ideali e della fantasia.
La politica conservatrice(o meglio, quella di Andreotti), è il terreno della politica.
Cosa farebbe Andreotti in questo momento se fosse in me?
La forza scorre potente in lui. Potrei imparare qualcosa sul Lato Oscuro...

1.6.08

Viagra Jones

Un po' di sere fa sono andato con un mio amico al cinema, a vedere “Indiana Jones e i teschi di cristallo”.
Forse avremmo entrambi voluto vedere un altro film, ma il caso ha voluto che al Capitol ci fossero solo quello, uno strano film dello stesso regista di Hotel Rwanda la cui locandina proiettava un’ombra nefasta da “thriller psicologico” e Notte brava a Las Vegas.
Purtroppo ho avuto modo di vedere il trailer di Kung Fu Panda. E’ stata una delle cose più imbarazzanti della mia vita.
Ma veniamo a Indie.
E’ la fine degli anni ’50. In America impazza il rock’n roll, chi ha la moto è figo e dannato e ci si diverte a fare corse in macchina(o in moto).
Alcuni giovani sfidano alcuni soldati, scherzosamente. Uno dei soldati è visibilmente russo (nel senso che ha tutti i tratti che Hollywood ci ha insegnato a mettere in relazione con i russi. Ad esempio l’altezza notevole, occhi bellissimi freddi e perfidi e una senso dell’ironia pressoché inesistente, a parte quando si tratta di risate sardoniche) I russi entrano nella base americana e uccidono tutti. Poi non mi ricordo cos'è successo per un po'.
Nella solita stanza enorme piena di scatoloni(come alla fine di "Indiana Jones e i predatori dell'Arca Perduta" e "Quarto Potere") i russi chiedono a Indie di mostrare loro quanto aveva scoperto anni prima. Lui dopo un po’ è d’accordo e dice loro che quella cosa è magnetica, quindi con della polvere da sparo(chissà perché poi) lanciata in aria riescono a ritrovarla. E’ una specie di sarcofago nero con dentro una specie di sacco a pelo o sacco da cadaveri che contiene un umanoide dalle enormi zampe da uccello e la fisionomia tipica dell’alieno di Hollywood.
Indiana Jones coglie l’attimo fuggente e riesce a fuggire, tra l’altro venendo sparato ad alta velocità da un improbabile treno sperimentale. Si fa giorno, e il nostro eroe si ritrova in uno strano centro abitato(strano anche per il New Mexico): tutti gli abitanti sono manichini. Scatta il conto alla rovescia, tutti capiscono che si sta mettendo male, e Indiana si ficca in un frigo piombato. Scampa per miracolo a un'esplosione nucleare e viene sottoposto a due interrogatori che lo denigrano e gli dicono che non ha mai fatto un cazzo nella vita.
Indiana torna al suo posto di lavoro, e il rettore gli dice che sta nella merda: l’FBI ha perquisito il suo studio e questo farà perdere la faccia all’intera università. Indiana, dunque, decide di cambiare aria, ma un ragazzo in moto gli chiede se conosce un certo professor (non me lo ricordo), perché lo vogliono uccidere(al professore, intendo).
Vanno in un bar e il ragazzo da a Indiana un foglio con degli scarabocchi del professore; i russi li braccano, loro non ci pensano due volte: fanno scattare una rissa e fuggono in moto (varie scene rumorose e spaccone di inseguimenti ad alta velocità nell’università di Yale).
Perle di saggezza”un buon archeologo è uno che esce dalla biblioteca”.
Indiana ci pensa un po’ su e capisce che è il Perù ciò di cui il professore stava parlando.
E loro ci vanno. Nasca. Una città piena di sozzo e di suore; si va in manicomio e si vede la cella del professore. E’ piena di scritte sui muri. E c’è una mappa sul pavimento. Com’è come non è i due scoprono il posto; è una necropoli i cui abitanti sembrano zombie agili a volte si alzano e gridano e sfidano i due protagonisti a colpi di Kung Fu. Dopo varie peripezie i due trovano la sala in cui è sepolto e mummificato un tizio spagnolo del secolo XVI; nel suo torace nasconde un teschio di cristallo che Indiana trova pregevolissimo(secondo me non è il massimo). I nostri eroi si spostano (non mi ricordo un cazzo) e, dopo noiosissimi e lentissimi scontri contro i perfidi sovietici trovano quella città d’oro di cui blaterava il professore fattone.
Dopo varie peripezie scoprono che gli abitanti di quella città nella loro epoca erano interessati all’archeologia e all'antiquariato di tutto il mondo, e che erano in realtà governati dagli alieni. Dopo aver riportato il teschio di cristallo al suo legittimo corpo di cristallo gli alieni prendono vita e attivano una specie di navicella spaziale nascosta nella piramide. Purtroppo alla russa avvenente si bruciano gli occhi e la faccia e la città alla fine viene completamente distrutta in un tripudio di 3DS max e di citazioni di Heinrich Füssli.
Alla fine Indiana si sposa in una chiesa protestante orrenda bianca.
Questa la trama.
Alcune considerazioni personali: dunque, in alcuni frangenti Harrison Ford è veramente anziano. La sceneggiatura ha delle pecche enormi. Mi rende felice e speranzoso pensare che siano dovute ad una traduzione mediocre, ma so che non è così. Maccartismo giocoso, vecchi amici e battute sulla seconda guerra mondiale appena finita sono cose interessanti che potrete trovare nel film. Purtroppo Hollywood è ormai al ribasso temo…non si spende più come un tempo nei film e, soprattutto nel primo tempo, c’è una sovrabbondanza di tranquille scene parlate per gli standard cui Indiana Jones ci aveva abituato.
Spero solo che il regista non abbia inserito il personaggio del figlio di Indie(che secondo me non c’ha il fisico) allo scopo di perpetrare la saga nei secoli dei secoli.
Lo spero proprio.