Giacomo Cirillo 0000xxxxxx Cinese II
Il vecchio venditore di carbone
Bái Jūyì
卖炭翁
白居易
| 賣炭翁 白居易 賣炭翁,伐薪燒炭南山中。 滿面塵灰煙火色,兩鬢蒼蒼十指黑。 賣炭得錢何所營?身上衣裳口中食。 可憐身上衣正單,心憂炭價願天寒。 夜來城外一尺雪,曉駕炭車輾冰轍。 牛困人飢日已高,市南門外泥中歇。 翩翩兩騎來是誰?黃衣使者白衫兒。 手把文書口稱敕,回車叱牛牽向北。 一車炭,千余斤,宮使驅將惜不得。 半匹紅紗一丈綾,系向牛頭充炭值。 | 卖炭翁 白居易 卖炭翁,伐薪烧炭南山中。 满面尘灰烟火色,两鬓苍苍十指黑。 卖炭得钱何所营?身上衣裳口中食。 可怜身上衣正单,心忧炭价愿天寒。 夜来城外一尺雪,晓驾炭车辗冰辙。 牛困人饥日已高,市南门外泥中歇。 翩翩两骑来是谁?黄衣使者白衫儿。 手把文书口称敕,回车叱牛牵向北。 一车炭,千余斤,宫使驱将惜不得。 半匹红纱一丈绫,系向牛头充炭值。 |
Il vecchio venditore di carbone
“Il vecchio carbonaio sul monte del Sud
Taglia la legna e poi la brucia…
Volto color cenere,color fuliggine,
Tempie brizzolate, mani nere.
A che gli serve quel poco di guadagno?
Abiti per il corpo, cibo per la bocca.
Che stato miserando! L’abbigliamento così leggero,
E lui ad augurarsi che il tempo faccia ancora più freddo!
Questa notte sulla città è caduta la neve;
Dall’alba, spinge il carro sul gelo della strada.
A mezzogiorno il bue è stanco, l’uomo affamato..
Porta Sud: entrambi riposano nel fango.
Chi sono quei cavalieri che arrivano scalpitando?
Un messaggero giallo, seguìto da un paggio in bianco.
Un foglio ufficiale in mano: «Ordine imperiale!»
Pungolando con grida il bue, girano il carro verso nord.
Una carrettata di carbone – più di mille libbre –
Requisita dai cortigiani: presso chi lamentarsi?
Un mezzo capo d’organza, dieci piedi di seta leggera
Che legano al bue: ecco il prezzo pagato!”¹.
白居易(Bái Jūyì) scrisse questo 古体诗nello stile 新乐府mentre era a Cháng'ān. Bái Jūyì ci lasciò anche non poche poesie narrative, come “Il canto dell’eterno rimpianto” e 琵琶行. Attraverso uno stile abbastanza impersonale(Bái Jūyì non fa mai considerazioni personali sul comportamento dei funzionari, né sui pensieri del vecchio una volta che gli viene sottratto il carbone) e un linguaggio semplice ma espressivo, il poeta scrive per
immagini(Bertuccioli parla di una “teatralità”della poesia di Bái). Secondo me il fatto che nonostante la sinteticità del componimento il poeta si soffermi su particolari apparentemente marginali e poco utili nell’economia della narrazione serve proprio a rendere più vivide e definite le immagini che la nostra mente produce mentre leggiamo la poesia. A questo servono, a mio avviso, la descrizione del colore della pelle del vecchio, i colori e le fogge dei vestiti dei due funzionari e l’ultima, drammatica immagine dei pregiati tessuti poggiati sulla testa del povero, macilento bue dell’ancor più povero e affamato carbonaio. Ho scritto poc’anzi che Bái Jūyì non inserisce commenti personali in questa poesia, né ricorre a espressioni violente o sarcastiche, ma il contrasto stridente tra il pezzo di organza e il pezzo di seta e la testa del bue valgono più di mille commenti e ci aiutano a capire quale sia l’opinione del poeta. Inoltre trovo ammirevole il modo in cui il poeta, con pochissime parole, ci dica moltissimo della vita del carbonaio: scrivendo卖炭得钱何所营?身上衣裳口中食 ci indica che tutta la vita del carbonaio dipende dal carbone che riuscirà a vendere e che non ha altri mezzi di sussistenza. Nel rigo dopo, 可怜身上衣正单,心忧炭价愿天寒 il carbonaio, nonostante sia vestito solo di una veste leggera, desidera che nevichi forte in modo tale da far aumentare il prezzo del suo carbone: la sua disperazione fa sì che preferisce rischiare la morte per assideramento piuttosto che morire di fame per il carbone venduto ad un prezzo troppo basso. Dopo tanta sofferenza e dopo un viaggio che sicuramente sarà stato minato dal freddo, dalla fame e dalla stanchezza, appare davvero antitetico il contrasto tra le fatiche che il vecchio ha dovuto sopportare per fabbricare e trasportare quel carro di carbone e il modo in cui i funzionari lo ottengono: senza sforzi, senza sporcare le loro belle vesti, per decreto imperiale, lasciando come compenso solo due pezzi di stoffe pregiate. Completamente privi di compassione, ignorano completamente le esigenze della vita del carbonaio,. E non si aspettano da lui una risposta perché il vecchio, comunque, non avrebbe nulla da obiettare: è solo un vecchio carbonaio, e i due agenti imperiali agiscono per conto dell’Imperatore.
In giovinezza Bái Jūyì condusse, per sua ammissione “una vita spesso priva di cibo e di vestiti idonei e tormentata dalla fame e dal freddo”. La miseria gli permise di capire il popolo e comprenderne le sofferenze. Perciò nutrì sempre una profonda simpatia per la gente comune ed una grande avversione per i politici corrotti del tempo, il che trova ampio riscontro nelle sue opere, e che è evidente in “Il vecchio venditore di carbone”
Attraverso la narrazione di questa vicenda, il poeta intende denunciare il sistema di controllo del mercato da parte della corte imperiale. In epoca Tang, un imperatore debole ed incapace veniva spesso privato del potere da un manipolo di eunuchi e funzionari di corte. Una volta conquistata la fiducia dell’imperatore per mezzo di inganni ed ottenuto il potere, essi spadroneggiavano dentro e fuori la reggia. Negli anni in cui visse Bái Jūyì, la tragedia dell’usurpazione del potere da parte degli eunuchi si fece particolarmente grave. Per il loro tornaconto personale, questi arrivavano ad espropriare gli organismi esecutivi del governo del loro incarico di sovrintendere all’approvvigionamento della corte. Essi inviavano decine o perfino centinaia di persone al mercato per scegliere le merci, obbligando I mercanti a cederle forzatamente a basso prezzo o addirittura appropriandosene senza pagamento. Innumerevoli erano le vittime di questo ingiusto sistema. Poiché il problema riguardava l’imperatore e gli eunuchi che gestivano il potere, nessuno osava parlare. Tuttavia, Bái Jūyì, che aveva a cuore le amarezze della popolazione, sfidando la brutalità dell’epoca, compose questa ed altre poesie satiriche per esprimere la sua simpatia per tutti coloro che erano vittime del sistema di mercato imperiale, denunciandone spietatamente i misfatti. Alcuni affermano che Bái Jūyì scrisse più poesie satiriche di qualsiasi altro poeta nella storia cinese. Una larga parte delle sue poesie è stata conservata fino ad oggi. Disponiamo quindi di un quadro completo e chiaro sulla vita del poeta, la sua personalità e il suo temperamento. Le sue poesie rivelano anche la sua visione della politica e della società, e le sue relazioni con gli amici, molti dei quali erano intellettuali e ufficiali influenti che guidarono il destino della nazione all’inizio del IX° secolo. Le fonti biografiche su Bái Jūyì sono piuttosto ricche, e secondo me ci aiutano a capire molto bene perché fu uno scrittore di poesie satiriche così prolifico.
Bái Jūyì (白居易), conosciuto anche come Bái Lètiān (白乐天), nacque Il 28 Febbraio 772(2 anni dopo la morte di Du Fu) a Xīnzhèng, nello Hénán(a “Hsia Kuei, nello Sen-si” secondo François Cheng), da una famiglia di poeti e ufficiali minori. Nella sua infanzia abitò con sua madre e altri membri della famiglia mentre il padre andò al sud per occupare posizioni prefetturali nello Jiāngxī. Quando i governatori militari delle province del nord si ribellarono contro il governo nel 782, tutta la famiglia si trasferì a sud, prima nell’ Ānhuī e in seguito in Zhèjiāng per essere vicini al padre di Bái, che aveva conseguito con successo diversi incarichi ufficiali. Nella sua prima giovinezza Bái si preparò per l’esame di servizio civile, ma fu ritardato dalla morte del padre nel 794. Nell’anno 800 andò a Cháng'ān, la capitale, dove ottenne il grado di進士(Jìnshì). E’ in questi anni passati nella capitale che Bái Jūyì scrisse alcune delle sue poesie più celebrate, come la ballata dell’eterno rimpianto(长恨歌), e due gruppi di poesie, che comprendono in tutto 60 brani: sono imitazioni di canzoni tradizionali in cui attaccava il militarismo, le tassazioni pesanti e continue, le stravaganze di corte, gli abusi degli ufficiali e l’oppressione: la poesia “Il vecchio venditore di carbone” è inclusa tra queste. Nell’815, Bái Jūyì divenne vittima delle macchinazioni politiche degli eunuchi, fu cacciato dalla capitale, e spedito a fare il sottoprefetto nell’attuale Jiǔjiāng in Jiāngxī. Essendo il lavoro ben poco oneroso, passò il suo tempo a visitare luoghi spettacolari e a scrivere poesie, inclusa la famosa 琵琶行. Mentre era a Jiàngzhōu, fece la sua prima collezione della sua poesia, che comprendeva 800 brani a quel tempo. In quel periodo espresse il suo credo letterario in una lettera a Yuán Zhěn(元稹), poeta suo amico.“La letteratura dovrebbe essere scritta per servire la propria generazione, e le poesie e le canzoni per influenzare gli affari pubblici”. Nell’818 Bái divenne governatore di una città del Sìchuān, ancora più lontano dai centri della cultura Tang. Mentre era colà, scrisse un gruppo di poesie, “Poesie della primavera del bambù”, che descrivevano gli usi locali. Nell’inverno dell’820 tornò alla capitale per ricoprire un incarico minore nel consiglio delle pene. La fine dell’esilio non portò alcuna gioia al poeta, che divenne suo malgrado un testimone oculare di ulteriori intrighi politici e corruzioni. Bái Jūyì visse gli anni più felici della sua carriera a Hángzhōu e Sūzhōu dove divenne governatore nel 822-824 e nell’825-826. Diversamente dalla città del Sìchuān in cui lavorò, queste erano città popolose e belle. Durante il suo mandato di quattro anni, egli compì una gran mole di lavoro nell’interesse del popolo, impegnandosi in particolare nelle costruzioni idrauliche e per questo la popolazione locale nutriva un grandissimo affetto per Bái Jūyì. Col passar del tempo, però, queste dighe caddero in rovina. Tuttavia, non si sa in quale anno, gli abitanti di Hángzhōu battezzarono col nome “Bái” una diga pittoresca, ritenendo fosse stata costruita dal poeta. Che si tratti di un errore di attribuzione o dell’iniziativa di qualcuno che desiderasse onorare il poeta e tenere vivo il ricordo della sua grandiosa impresa, non siamo in grado di accertarlo. Comunque la diga “Bái” testimonia lo stretto rapporto tra Bái Jūyì e la popolazione locale. Dopo essere tornato a Cháng'ān da questi luoghi di provincia, ricoprì due delle più alte cariche governative della sua vita, cioè Soprintendente del segretariato imperiale e vice presidente del consiglio delle pene. Ma era ormai pronto per la pensione. Nell’825, nell’intervallo tra i suoi due incarichi governativi, aveva comprato una casa a Luòyáng, che divenne la sua casa quando lasciò Cháng'ān nell’829. A parte un breve periodo, Bái non ebbe alcun incarico ufficiale e visse una vita senza preoccupazioni, disturbata solo dalle morti dei suoi familiari e amici. Prese con filosofia questi lutti come pure la sua vecchiaia solitaria. Continuò a scrivere poesie: un totale di 3500 quando nell’839 fece una collezione dei suoi lavori poetici. Gli ultimi anni della sua vita furono privi di avvenimenti salienti. Alcune fonti riportano che si avvicinò al buddismo e il suo nome divenne “Eremita della Collina fragrante” ². Bái Jūyì morì nel settembre 846, all’età avanzata di 74 anni.
Per la sua grandezza, Bái Jūyì fu posto sullo stesso piano di Lǐ Bái e Dù Fǔ. Per alcuni essi furono i tre maggiori poeti dell`epoca Táng. Lǐ Bái e Dù Fǔ erano coevi e buoni amici e nutrivano ammirazione l`uno per l`altro. Bái Jūyì, nacque in tempi posteriori, e si può considerare il successore del grande poeta realista Dù Fǔ, che fu il battistrada della transizione della letteratura Táng dal romanticismo al realismo. Il suo stile poetico divenne una forma letteraria chiamata Forma piana fondamentale (元白體). Avanzando lungo la strada aperta dal suo predecessore, Bái Jūyì elaborò una teoria sul realismo poetico. A suo parere, la nascita di una poesia è in relazione con gli eventi sociali che riguardano il paese e il popolo e che toccano i sentimenti dell’autore il quale li riflette da diversi punti di vista. Perciò egli sostiene che la poesia deve esprimere le sofferenze del popolo e criticare gli aspetti negativi della politica. Essendo dotata di funzione sociale ed educativa(concezione mutuata dal confucianesimo), la poesia può influenzare l’ideologia del popolo e trasformare la realtà. Per questo egli ribadisce che la forma deve essere al suo servizio, e che i poeti non devono limitarsi ad insistere sui temi del passato secondo formule fisse, ma devono riferirsi al presente utilizzando un linguaggio semplice e popolare. Si dice che le poesie satiriche di Bái Jūyì potessero essere comprese da qualunque cinese, anche se dotato di un livello di istruzione basso. “Il vecchio venditore di carbone” è una delle opere in cui egli ha meglio concretizzato questa teoria.
Ultimamente la poesia “Il vecchio venditore di carbone” di Bái Jūyì è tornata alla ribalta quando sia il blog Ten years chopping timber(钢筋水泥森林里的斧头)che Tú Guówén
(涂国文) hanno entrambi citato la poesia ³, esprimendo la loro riprovazione nei confronti del comportamento scorretto di alcuni成管(chéngguǎn), che abusando del proprio potere costringono i negozianti più vulnerabili(soprattutto ambulanti che vengono dalle campagne alle città a vendere le loro merci per pochi yuan) a pagare delle “tasse extra” per poter continuare a lavorare dove vogliono.
Atteggiamenti simili non sono cosa nuova, ma solo oggi il potere dei chéngguǎn inizia ad essere messo seriamente in discussione, e c’è molta meno reticenza che in passato a raccontare i loro continui soprusi e abusi di potere. In particolare Tú Guówén, ispirato da un articolo su un venditore di angurie costretto a vendere la sua merce a un prezzo minore dopo essere stato trasferito nei limiti esterni di Zhengzhou, ha ribadito l’attualità della poesia, scrivendo che oggi potrebbe chiamarsi “Il vecchio venditore di angurie”.
Ovunque ci saranno ingiustizie risuoneranno le parole di Bái Jūyì; temo che anche i posteri conosceranno bene il suo nome.
Note:
¹ Traduzione da
² Solo in Poesia cinese dell’epoca T’ang e in http://www.clearharmony.net/articles/200302/10486.html ³http://www.danwei.org/ip_and_law/administrative_fees_or_protect.php
http://www.clearharmony.net http://italian.cri.cn/Panorama/letteratura/poesie/articoli/Bai%20Juyi2.htm http://www.bookrags.com/biography/po-chu-i/ http://www.chinapage.com/biography/bio-poet.html http://www.danwei.org/ip_and_law/administrative_fees_or_protect.php http://www.clearwisdom.net/emh/articles/2005/11/15/66883.html http://www.bullog.cn/blogs/kanchai/archives/24903.aspx
Columbia Encyclopedia: Po Chü-i A. Waley, The Life and Times of Po Chü-i (1949); E. Feifel, Po Chü-i as a Censor (1961)(citati in una delle fonti)
Poesia cinese dell’epoca T’ang a cura di Leonardo Vittorio Arena
La letteratura cinese Bertuccioli
Le trecento poesie T’ang versioni dal cinese e introduzione di Martin Benedikter
Letteratura cinese Idema Haft
La poesia T’ang Francois Cheng
Lo so, è tutta slabbrata. Un giorno la rimetterò a posto.
Questo è il mio nome cinese: 贾珂默!




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